Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.
Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. (2Cor 4,5-7)

sabato 2 luglio 2011

una testimonianza di felicità

Dedicato, con ironia, a chi pensa che la gioventù sia tutto e la vecchiaia una disgrazia da allontanare il più possibile…

Dedicato, con affetto, a chi separa la vita in gioventù e vecchiaia, dimenticando invece che è TUTTA, SOLO, VITA…

Dedicato, con un sorriso, a chi pensa che solo un giovane sia adatto a comunicare con un altro giovane…

Dedicato, con simpatia, a chi organizza le veglie di preghiera per le vocazioni, chiamando solo giovani novizie, novizi o seminaristi o novelli sacerdoti per la “testimonianza”…

domenica 26 giugno 2011

Beato chi ha fame di questo pane, beato chi ha fame di Gesù!

Leggi il Vangelo della solennità del Corpus Domini (Gv 6,51-58)
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“Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.” (Gv 17,3)
“Vita eterna” non significa la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. “Vita eterna” significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. È ciò che interessa: abbracciare già fin d’ora “la vita”, la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno. (da Gesù di Nazaret – dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI)
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Ma ho ancora una domanda: cos’è questo conoscere Dio Padre e Gesù, questo conoscere che è vita?
Evidentemente non si tratta di conoscere una lezione imparata sui libri. Conoscere una persona è affare di tutta una vita.
Ma c’è di più! Nella Bibbia il verbo conoscere ha sempre un significato molto forte, sinonimo di quella partecipazione reciproca, profonda e irrevocabile che avviene tra due sposi nell’intimità: essi, durante il fidanzamento hanno avvicinato e poi messo insieme sogni, aspirazioni, idee, progetti, forze, mezzi materiali, denaro... infine, con il matrimonio, portano a compimento la loro unione mettendo in comune lo stesso corpo, per essere totalmente l’uno per l’altra.
Ebbene, nell’Eucaristia Gesù ci dona il suo corpo e il suo sangue, si dà a conoscere a noi nel modo più totale, intimo, irrevocabile. “Questo è il mio corpo che è per voi”: così si è consacrato a noi fino in fondo, ha celebrato le sue nozze con l’umanità, perché possiamo vivere di Lui e con Lui, sempre.
A noi ora rispondere con il nostro sì e accoglierlo, conoscere Dio tramite colui che egli ha mandato, Gesù Cristo, per vivere in pienezza, per avere in comune lo stesso suo destino: che niente di noi vada perduto, neanche il nostro debole corpo. Infatti l’amore di Gesù è più forte della morte, e il nostro destino è il suo: la risurrezione.
Beato chi ha fame di questo pane, beato chi ha fame di Gesù: è l’unica fame che non porta al deperimento e alla morte, ma alla vita nel suo gusto più pieno, alla libertà da ogni paura!

venerdì 17 giugno 2011

tutti abbiamo bisogno di un tesoro dove far dimorare il cuore...

“Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore." (Mt 6,19-21)

Donami Signore l’unico tesoro a prova di tarme, ruggine, ladri e disastri… 
il tesoro della Tua presenza che dimora sempre con me, così che il mio cuore possa sempre riposare in Te. 
Tutto il resto è inganno, tutto il resto prima o poi ti lascia a piedi.

domenica 12 giugno 2011

LO SPIRITO SANTO, IL PERDONO, LA NUOVA CREAZIONE

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,21-23).
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Meditando il Vangelo della Pentecoste resto sempre colpita dal legame che c’è tra il dono dello Spirito Santo e il perdono dei peccati.
Ma in effetti è proprio così: l’uomo nasce bello, buono, giusto… chi non sa sorridere con gioia di fronte allo sbocciare di una nuova vita, al vagito di un neonato? Ma poi, ben presto, si fa strada l’esperienza del limite, della paura, dell’aggressività, della pretesa… e qualcosa si spezza, questa meraviglia fragile che è l’uomo si incrina, si rovina… Tutti noi siamo capaci a far del male, ma quasi mai, poi, sappiamo rimediare al male fatto. Hai ferito qualcuno? Puoi chiedere scusa, puoi fargli del bene… ma il male che gli hai fatto resta, non lo puoi più togliere, e ti rimane il rimorso, rimane la paura che torni, rimane il sospetto… Che grande rovina il peccato! Che stupida irreparabile rovina!!!
Ci vorrebbe un reset totale, un ripartire da capo… una NUOVA CREAZIONE. Ed eccola!!!
Il dono, il per-dono di Dio non è come le nostre umane scuse. Esso è la nuova creazione, che realmente ci libera dal male che ci siamo fatti. Questa nuova creazione, evidentemente, non può essere opera umana, come non lo è stata la prima creazione. E’ cosa da Dio, per questo ci vuole lo Spirito Santo, che è Dio con il Padre e con il Figlio.
Grazie Signore Gesù, perché tramite la Chiesa ci dai davvero questo grande Dono, questo per-dono così inaudito che noi non sapremmo dire né credere, se non avessimo i segni efficaci che sono i Sacramenti!
Buona Pentecoste a tutti!!!

venerdì 10 giugno 2011

10 giugno - festa del Beato Enrico da Bolzano (laico, venerato a Treviso)

Enrico era un operaio analfabeta, nato a Bolzano. Lavorò nel suo luogo di origine e, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma con la moglie e il figlio Lorenzo, si stabilì vicino a Treviso.
Aveva preso dimora a Biancade, dove per vent'anni fece il boscaiolo e l'uomo di fatica. Ormai vecchio, mortagli la moglie, si recò nella vicina città di Treviso, dove visse abitando in una catapecchia in via Canova, messagli a disposizione da un notaio, e mendicando non per sé ma per i poveri della città: in particolare si impegnava con coraggio e costanza a strappare ai nobili e ai ricchi commercianti consistenti contributi per i più sfortunati. Il vescovo stesso e il signore della città (un da Camino) non gli ricusavano il loro aiuto. A Treviso, come già nella sua Bolzano, fu assiduo alla santa Messa e alla Comunione; pare che visitasse ogni giorno tutte le chiese della città, dormisse su un miserrimo giaciglio, portasse un ruvido saio, fosse dedito a estenuanti veglie di preghiera.
La tradizione attribuisce ad Enrico (“o vero o non vero che si fosse”, come dice il Boccaccio) l'intercessione per numerosi miracoli già da vivo, ma soprattutto dopo morto. Alla sua morte tutte le campane della città avrebbero iniziato a suonare insieme senza che nessuno le azionasse, tradizione citata anche da Gabriele D'Annunzio. Enrico divenne presto popolare in tutta l'Italia del Nord, dove gli vennero dedicati altari ed affreschi in molte chiese (per esempio Santa Toscana a Verona). A Treviso confluivano annualmente migliaia di pellegrini a lui devoti perché lo riconoscevano vicino ai poveri, ai mendicanti, agli emarginati.
Di lui, come detto, si hanno riferimenti già nel Decameron. Così Boccaccio (II giornata, novella I):
«Era, non è ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi chiamato Enrico, il quale, povero uomo essendo, di portar pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e con questo, uomo di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la qual cosa, o vero o non vero che si fosse, morendo egli, addivenne, secondo che i trevigiani affermano, che nell'ora della sua morte le campane della maggior chiesa di Trevigi tutte, senza essere da alcun tirate, cominciarono a sonare. Il che in luogo di miracolo avendo, questo Enrico esser santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il corpo giacea, quello a guisa d'un corpo santo nella chiesa maggior ne portarono, menando quivi zoppi, attratti e ciechi ed altri di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani.»
Il corpo del beato Enrico è oggi conservato e venerato nella Cattedrale di Treviso, presso un altare laterale vicino all’ingresso, primo santo che accoglie i fedeli all’entrare in chiesa, compagno dei poveri, dei pellegrini, di quelli che siedono negli ultimi banchi e di quelli che entrano in chiesa per la "porta" della carità fraterna.

domenica 15 maggio 2011

RELAX YOURSELF

Oh come si sta bene sulle spalle del Pastore più bello!!!

Leggi il Vangelo della Quarta Domenica di Pasqua (Gv 10,1-10)
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Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno papa
«Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama.
Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco.
Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri.
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… perché cercare altrove, quando abbiamo già tutto in questi magnifici pascoli? Perché affaticarci dietro al nostro orgoglio? Cerchiamo piuttosto il Signore Gesù: egli ci trova per primo e non ci molla! Un animo rilassato e fiducioso che si lascia amare, affidandosi alle mani di Gesù Buon Pastore, è più saggio di un animo che vuole trovare da sé tutte le risposte e le soluzioni (e fa una gran fatica).
Non sempre ciò che costa più fatica è la scelta migliore!!!
Buona Domenica!

p.s.: il termine italiano "Buon Pastore" traduce l'espressione originale greca "o Poimen o kalos" ... letteralmente "il pastore BELLO"

domenica 8 maggio 2011

TU CONFERMA LA NOSTRA FEDE

Il Santo Padre Benedetto XVI incontra le genti delle Chiese nate dall’annuncio di Aquileia
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Leggi il Vangelo della Terza Domenica di Pasqua (Lc 24,13-35)
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Ecco alcuni passaggi dall’omelia del Santo Padre, durante la S. Messa al parco s. Giuliano a Mestre (VE)… e alcuni pensieri nati dal mio ascolto di questa predicazione

Il Vangelo ora ascoltato presenta l’episodio dei discepoli di Emmaus. Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto, Signore della vita…

Sì, la conversione è libertà di aprirsi positivamente alla vita, libertà anche di fronte alla morte, perché siamo di Gesù, che è passato per la morte e l’ha vinta. E oggi, al parco s. Giuliano, si respirava davvero aria di gioia, di allegria, di aiuto vicendevole, festa e fede. All’arrivo del Santo Padre, dopo l’esultanza di tutti nell’accoglierlo, è sceso sul parco un profondo clima di silenzio e raccoglimento, incredibile, vista la grande folla che c’era, con gente di tutte le età e anche molti ragazzi e bimbi. In questo silenzio è stata accolta la processione di ingresso e abbiamo iniziato la Santa Messa. L’esultanza dice la gioia di stare insieme e di essere Chiesa. Il silenzio dice la gioia di accogliere Gesù, la fede nel mistero, il desiderio di ascoltare Lui e di non sciupare questo prezioso incontro.

I discepoli di Emmaus, dopo la crocifissione di Gesù, facevano ritorno a casa immersi nel dubbio, nella tristezza e nella delusione. Tale atteggiamento tende, purtroppo, a diffondersi anche nel vostro territorio: questo avviene quando i discepoli di oggi si allontanano dalla Gerusalemme del Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella presenza viva del Signore. Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani … portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura, dall’ingiustizia.
È necessario, allora, per ciascuno di noi, come è avvenuto ai due discepoli di Emmaus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto, ascoltando e amando la Parola di Dio, letta nella luce del Mistero Pasquale, perché riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra mente, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti della vita e dare loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola con il Signore, diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore. Rimanere con Gesù che è rimasto con noi…

Un sacerdote della mia parrocchia dice che “noi speravamo” è una brutta parola, perché la speranza non è mai al passato. E questi discepoli di Emmaus son passati dal “noi speravamo” al “noi crediamo”! Santo Padre, grazie perché ci hai ricordato che non dobbiamo lasciarci istruire dai nostri pareri e lagnanze, ma da Gesù, restando sempre con Lui, imparando a pensare e ad amare con Lui e come Lui, davanti al mondo e alla storia che viviamo. Così vedremo, anche nella nostra terra e nella nostra storia, la salvezza vera. Perché Gesù ha salvato davvero tutti.

Nei secoli passati, le vostre Chiese hanno conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli… Se vogliamo metterci in ascolto del loro insegnamento spirituale, non ci è difficile riconoscere l’appello personale e inconfondibile che essi ci rivolgono: Siate santi! Ponete al centro della vostra vita Cristo! Costruite su di Lui l’edificio della vostra esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per fare di voi stessi, sul suo esempio, un dono per l’intera umanità.

“Siate santi!” Ogni giovane, crescendo, si sente rivolgere vari tipi di auguri e auspici: sii bravo, sii buono, abbi successo, sii intelligente, sii generoso, sii sano, sii forte… Ma di rado qualcuno ha l’ardire di dire a un altro: sii santo. Sembra una cosa esagerata, per noi poveri umani. Meglio accontentarci di risultati e soddisfazioni più terrene. Grazie Santo Padre perché tu, oggi, hai avuto l’ardire e la fiducia di rivolgerci invece proprio queste parole: Siate santi! E ce le hai rivolte in nome e per conto di Gesù stesso. Quale invito potrebbe essere più esaltante di questo? Quale augurio più bello? Grazie Santo Padre per aver confermato la nostra fede, per la stima che hai per noi, perché ci annunci la fiducia che Gesù ha in noi e il suo grande desiderio di vederci tutti, tutti santi!