Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.
Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. (2Cor 4,5-7)

domenica 5 luglio 2015

dallo stupore… allo scandalo! (XIV Domenica del Tempo Ordinario)

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6)
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga.
E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano:
«Da dove gli vengono queste cose?
E che sapienza è quella che gli è stata data?
E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?
E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».
Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
***
Gesù giunge e si mette a insegnare. Ascoltando, tutti rimangono stupiti. Poi inizia un cambiamento che trasforma lo stupore in scandalo.
Da ascoltatori si trasformano in indagatori: iniziano a fare domande, una, due, tre, quattro, cinque domande, a raffica… e sembra proprio di esser lì e sentire: dal silenzio dell’ascolto, che genera stupore, inizia a sollevarsi il brusio del dubbio, e a una domanda ne segue subito un’altra, senz’attendere la risposta, si domanda tanto per domandare, come dando per scontato che non vi sia risposta soddisfacente, il brusio si fa più intenso, e seppellisce la voce di Gesù e il suo messaggio. 
Le domande, fateci caso, non le fanno a Gesù, ma se le dicono tra loro; non riguardano ciò che Gesù diceva, ma la persona stessa di Gesù; è un domandare inquisitore, non è per approfondire e per capire, ma per demolire.
Così però non demoliscono Gesù, ma demoliscono la loro fede, proprio mentre questa stava sbocciando: dallo stupore iniziale poteva nascere la gioia della fede. Invece il domandare a sproposito complica il messaggio di Gesù, lo rende ormai incomprensibile, diventa per loro motivo di scandalo.
Non si deve mai complicare il Vangelo, perché la sapienza del Vangelo è semplice: il Vangelo porta stupore e gioia agli umili che lo ascoltano con fiducia.
Questo significa forse bisogna star muti e non farsi domande? Tutt’altro! A tutti è lecito domandare per capire, purché vi sia “quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è alcuna comprensione” (cit. J. Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazareth dal Battesimo alla Trasfigurazione, 2006).

domenica 23 novembre 2014

“Ha voluto essere sacerdote e niente di più”

Oggi giornata del Seminario.
A tutti i miei fratelli sacerdoti e ai miei fratellini seminaristi, come augurio e segno di vicinanza, dedico un estratto dagli scritti di Madeleine Delbrêl, testimonianza e rendimento di grazie a Dio per il dono di un “santo prete normale” della sua diocesi.
La gente si lamenta dei preti, spesso li vorrebbe come dei supermen, a volte si stupisce perché non si sente capita, più di rado cerca di capirli… Ma voi non potete immaginare quale intimo conforto sia, per un cristiano, avere nel vicinato un prete “normale”, uno che vuole solo essere prete, niente di meno e niente di più, anche se magari non arriva dappertutto, anche se non sempre ce la fa…

***
E’ poco più di un anno. Il padre Lorenzo si abbatteva morendo nel metrò, il giorno dell’Epifania, mentre recitava l’Ufficio gomito a gomito con la folla. La morte, che si compì in pochi minuti, non volle più spazio che tempo. Il suo lavoro era per tre quarti compiuto: poteva far presto e senza sforzo. Prima infatti che essa sopraggiungesse, don Lorenzo era già per molti aspetti uno scomparso: la sia vita l’aveva reso tale, pazientemente. Non restava quasi altro in lui che ciò che è eterno: il suo amore di sacerdote per Gesù Cristo e il Vangelo di cui tutta la sua vita era diventata la voce.
Dio permise che la sua morte testimoniasse brevemente e pubblicamente della sua vita: il sacerdote che “amava il Signore Gesù con passione” muore da sacerdote recitando la sua preghiera sacerdotale sotto le strade che furono una delle sue prime parrocchie. Sacerdote, rivestito dei suoi paramenti sacerdotali, riposa parecchio giorni in mezzo ai sofferenti di un ospedale. Sacerdote, non lascia Parigi prima che la Messa sia celebrata per lui in Notre-Dame, di cui era contento di essere canonico, partecipando così alla preghiera pubblica di Parigi.
Il Vangelo, che egli diceva potersi vivere dappertutto, egli poté viverlo sino alla fine: Gesù, “il povero che nacque sul legno e morì sul legno”, gli permise d’imitarlo nella maniera “rude” che don Lorenzo amava: per lui un sedile del metrò fu un po’ una croce. Il Vangelo che voleva comunicare a tutti, il comandamento di amare i conosciuti e gli sconosciuti, Don Lorenzo poté ancora realizzarlo dando la sua vita in mezzo a gente incontrata per caso. […]
Di don Lorenzo si potrebbe dire: “Ha voluto essere sacerdote e niente di più”, ha voluto essere sacerdote in un modo comune, semplice. Ciò che costituisce l’essenziale della vita di tutti i sacerdoti, sembra essere stato per lui sufficiente e sovrabbondante. Nei diversi uffici, funzioni e incarichi che gli furono affidati, egli si contentò il più delle volte di assumere ciò che di essi era proprio, e questo ordinariamente e perfettamente. […]
Si potrebbe tracciare un ritratto sacerdotale di don Lorenzo, […] ma sapendo che altri sacerdoti l’hanno vissuto, lo vivono e lo vivranno in mezzo a noi, altri hanno la sua bontà solidale con le grandi pene umane, altri confessano come lui confessava e dànno al peccatore, proprio a causa del suo peccato, tutta la carità della loro anima e tutto il calore del loro cuore… è proprio necessario parlarne?

(Madeleine Delbrêl, da La gioia di credere)


sabato 11 ottobre 2014

11 ottobre, memoria liturgica di San Giovanni XXIII, papa

SOLO PER OGGI

Solo per oggi
cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi
avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi,non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi
sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi
mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi
dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo,  così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.
Solo per oggi,
compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi
mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.
Solo per oggi
saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che la Provvidenza di Dio si prende cura di me come se nessun altro esistesse al mondo.
Solo per oggi
non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell’Amore.
Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.

(San Giovanni XXIII, papa)

giovedì 11 settembre 2014

amare, essere conosciuti, ascoltare, vivere liberi

Se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto. (1Cor 8, 2-3)
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C’è chi cerca di conoscere molte cose, perché anche il sapere è una forma di possesso e ricchezza che gratifica… Ma costui rischia di ingannarsi.
C’è chi invece ama Dio ed è da Lui conosciuto: costui non manca di nulla e vive nella pace come un bimbo sazio in braccio a sua madre (Sal 131).
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Gesù disse ai suoi discepoli:  «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male... ». (Lc 6, 27 e seguenti)
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Può darsi che a qualcuno sembri assurdo questo comando di Gesù, ma si tratta solo di non abbandonare nessuno, di restare con benevolenza accanto agli uomini, buoni e cattivi, come ha fatto Lui e come fanno molti cristiani senza tanto strepito. 
Gesù non ha detto queste parole parlando contro un muro, ma “A voi che ascoltate”. E per ascolto si intende attenzione  fiduciosa, intenzionata ad obbedire. Ora, come dice anche san Benedetto: “L'obbedienza è la caratteristica di quelli che non hanno niente più caro di Cristo”. Se uno non ha niente più caro di Cristo, presta credito alle Sue parole, per il solo fatto che le ha dette Lui, e non gli sembrano mai assurde.

domenica 7 settembre 2014

investire in fraternità

dal Vangelo della XXIII Domenica T.O. (Mt 18,15-29)

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.


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Solo verbi di dialogo e di incontro, oggi. Se il tuo fratello sbaglia, va' e ammoniscilo: tu fa il primo passo, non chiuderti nel silenzio ostile, non fare l'offeso, ma tu riallaccia la relazione.
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro?
La pretesa della verità? No, solo la parola fratello.
Ciò che ci abilita al dialogo è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere.
Il dialogo politico è quello in cui si misurano le forze, il dialogo evangelico è quello in cui si misurano le sincerità.
Non nell'isolamento del privato, non nell'illusione dei grandi numeri, ma tutto inizia dalla più piccola comunità: io-tu.
Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. 
Verbo stupendo: guadagnare un fratello.
Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.

(da un commento di p. Ermes Ronchi)

domenica 31 agosto 2014

“Pensare secondo Dio, non secondo gli uomini” - mindfulness o sequela povera?

Vangelo della XXII Domenica T.O. (Mt 16,21-27)

Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

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Gesù lo hanno riconosciuto come il Messia Figlio di Dio, ma ora sta iniziando a spiegar loro che Lui, il Figlio di Dio che tanto ama il mondo, deve, per amore, andare ancora incontro agli uomini, soffrire per causa loro, essere ucciso e risorgere dopo la morte. Gesù spiega ai suoi amici che questa è la via di Dio.
Ma un Dio così è inconcepibile, troppo sposato con la fragilità umana, troppo compromesso per essere Dio! Simon Pietro si ribella, si mette davanti a Gesù per sbarrargli la strada, per fargli cambiare rotta…
In modo perentorio, l’uomo comanda a Dio: “Signore, questo non ti accadrà mai”. L’uomo vuole “insegnare il mestiere” a Dio.
Gesù gli risponde: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Bisognerebbe quindi saper “pensare secondo Dio”, ma chi è come Dio?
Il pensare umano è appesantito dalle preoccupazioni, ostacolato dalla brevità della vita e gravato dalla fatica del corpo. Gesù non comanda di cambiare pensieri o idee, ma di mettersi dietro a Lui. “Va’ dietro a me”. “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
La via cristiana alla conoscenza non è un sistema di nozioni e mindfulness che ti fa “essere come Dio conoscendo il bene e il male”.
Non c’è altra via di conoscenza se non questa via povera: disinteressarsi di sé, e, carichi del peso che a ciascuno tocca, seguire Gesù, interessarsi solo di Lui, guardare solo dove va Lui, cosa fa Lui, come parla Lui.
“Pensare secondo Dio”, e non secondo gli uomini, è seguire l’Agnello ovunque egli vada.

domenica 20 luglio 2014

"Gesù li guarì tutti e impose di non divulgarlo" - no marketing needed

Mt 12, 15-21
Molti seguirono Gesù ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo…
Gesù dona la sua grazia a tutti, ma comanda di non “esibire” la grazia ricevuta: questo è lo stile di Gesù, che lui propone a chi lo segue, decisamente in controtendenza rispetto alle mode dei social network, ma così dice il profeta Isaia, «Ecco il mio servo, che io ho scelto;  il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni».
La giustizia e il bene si costruiscono solo con la delicatezza e custodendo con discrezione i piccoli semi.
La pubblicità, la gara a chi fa sentire più forte la propria voce non sono buoni metodi, non è questo lo stile di Gesù.
Del resto, chi cerca solo la giustizia non ha interesse a mostrarsi, mentre invece chi cerca di emergere mira sempre al proprio personale successo, oltre che alla “giusta causa”!!